Ho una pessima memoria e a volte a sera ho serie difficoltà a ricordare anche le cose fatte la mattina stessa, ricordo invece, in maniera fin troppo dettagliata la giornata del 4 febbraio di 1 anno fa.
Ero in un piccolo paesino, si chiama Campobello di Licata ed ero ad un funerale, quello di Giuseppe Gatì.
La chiesa era gremita di gente, nessuno parlava e chi continuava a piangere cercava di farlo nel modo più silenzioso possibile.
Il prete continuava a dire messa e più ascoltavo quelle parole più mi dicevo che Giuseppe era davvero nel posto più sbagliato.
Ricordo i ragazzi con cui sono andata al funerale, ricordo le lacrime di Sonia Alfano e quanto me la sono stretta tra le braccia, non riusciva a darsi pace, continuava a piangere senza arrestarsi.
Finita la messa, io e Giuseppe lontani, un muro di gente ci divideva.
Non poteva andare via senza averlo toccato un’ultima volta, senza aver toccato quella bara lucida che lo ospitava.
Ho cominciato a farmi strada, anche a sgomitare tra la gente e sono riuscita a toccare quella bara proprio mentre stavano calando il cofano.
Dopo questo tante lacrime e un lungo abbraccio di un amico.
In questi giorni mi è capitato di parlare spesso di lui, in questi 12 mesi di pensarlo più volte.
Ho un ricordo meraviglioso di lui e in questo anno, invaso da battaglie, vittorie e sconfitte, da sorrisi e pianti, Giuseppe è uno di quei compagni che avrei desiderato avere accanto.
Questo post non vuol dire nulla e non vuole arrivare a nulla. Meglio finirlo.






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